
C'era una volta il campionato più bello del mondo, i meravigliosi anni '80 e la fila in entrata per l'approdo in Italia dei più forti campioni.
Oggi il campionato italiano è diventato, per potenza economica, paragonabile ad una Bundesliga, nettamente inferiore a Liga e Premier League.
La differenza si nota e nettamente in Europa, dove praticamente da un paio d'anni a questa parte le squadre italiane faticano persino a raggiungere i quarti delle competizioni internazionali.
I presupposti per l'anno prossimo sono ancora peggiori:
via Kakà e tra poco via Ibrahimovic.
Aggiungiamoci il ritiro di Nedved e il quadro è ben delineato.
Si prospetta un nuovo fallimento europeo ma ci si consola con l'idea che il prossimo campionato italiano sarà molto più equilibrato:
un livellamento al ribasso dove persino il Palermo di Zenga non rinuncia a sognare.
Riporto questo bel parere dell'editorialista de La Stampa Roberto Beccantini, al quale ho chiesto proprio l'altro giorno un punto di vista in merito all'indebolimento "neroassurro", reso orfano dall'ormai imminente cessione dello svedese.
Un campionato di rottura, con le pezze nel sedere, quello che comincerà il 22 e 23 agosto.
Senza Kakà dopo sei anni, e senza Ibrahimovic dopo cinque. Siamo più poveri in campo e un po’ meno fuori. Il tifoso gradirebbe il contrario, ma i tempi sono cambiati.
Siamo sopravvissuti al ritiro anticipato di Platini, al burrascoso strappo di Maradona, al triangolo Juventus-Real-Zidane, primo segnale dello tsunami che ci avrebbe investito. Sopravviveremo anche alle partenze di Kakà e Ibra, a queste periodiche e selvagge razzie. È il mercato, bellezza.
Quello stesso mercato che, quando eravamo i re, raccontavamo come una fiaba, mentre oggi, da re deposti, dipingiamo come un bordello fuori legge, noi che ci siamo pure inventati il decreto spalmadebiti con relativo cartellino giallo dell’Unione Europea.
D’improvviso, dovremo fare a meno degli strumenti con i quali ci misuravamo la pressione. Ibrahimovic significava scudetto all’Inter, Kakà era l’allegria brasiliana del Milan. Vi aggiungerei Carlo Ancelotti, sedotto dal Chelsea: al Milan dal novembre 2001, era il tecnico più «fedele». Tasto delicato, gli allenatori. E, per certi versi, rivoluzionario. Mollato Ranieri, la Juventus post Calciopoli ha imbarcato Ciro Ferrara, due panchine in carriera, le ultime della stagione scorsa. Silvio Berlusconi, lui, ha scelto Leonardo, ancora più «vergine» di Ferrara. Sono jolly che sparigliano la tradizione, nemmeno all’epoca di Giovanni Trapattoni, Arrigo Sacchi e Fabio Capello si era osato così tanto, si era volato così al buio. Da una parte, sua maestà Mourinho; dall’altra, un paio di gloriosi reduci alle prime armi. La Roma di Luciano Spalletti e la Fiorentina di Cesare Prandelli navigano a vista, in attesa di poter dare un senso e un peso alle gerarchie stravolte dal saccheggio.
Perché sì, l’Inter resta favorita, ma come e quanto? ecco il problema.
Con Ibra non si accettavano scommesse; senza, si sbirciano le quote.
E poi Adriano Galliani che parla e straparla di giovani italiani (Di Gennaro, il figlio di Zigoni, Beretta), a conferma della svolta milanista (e minimalista?). Per tacere dell’indirizzo preso dalla nuova Juventus, tre brasiliani a cassetta, Felipe Melo, Diego, Amauri. Soltanto Real, Barcellona e Bayern hanno speso più dei bianconeri. Che, fra parentesi, hanno speso più di Inter & Milan. Per questo, si profila una stagione tutta da decifrare, come il Genoa di Gian Piero Gasperini, un artigiano che trasforma in oro ogni attaccante che tocca (Borriello, Milito) o quel Palermo che Walter Zenga ha liberato da ogni freno, ogni pudore: scudetto, perché no.C’è in giro un’effervescenza strana che non si sa bene dove porti, come se avessero tolto il tappo a una bottiglia senza etichetta.
Quelle bollicine, cosa sono: champagne o acqua gassata?
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Intanto, mentre ieri la Juventus a casa di Platinì ha pareggiato 1 a 1 in amichevole contro il Nancy si continua a caldeggiare la pista Caceres come potenziale rinforzo di difesa.


















