venerdì 11 maggio 2012

MUGHINI: "Sono 30, non 1 di meno"

di GIAMPIERO MUGHINI
Fonte LIBERO
 Nelle case e nelle piazze d’Italia esplode la gioia del popolo juventino. Gli “umiliati e gli offesi” degli ultimi cinque anni di football nazionale approdano finalmente al trentesimo scudetto della storia bianconera, uno scudetto conquistato dopo una sequenza di fatti e di episodi che nemmeno lo sceneggiatore di un grande film americano avrebbe saputo ideare.

La squadra risorta La distruzione, dall’oggi al domani, di una squadra capolavoro che aveva vinto uno scudetto alla cifra astrale di 91 punti e i cui giocatori erano quasi tutti in campo nella finale della Coppa del Mondo 2006. La società che aveva fatto da nervatura di tutte le nazionali italiane campioni del mondo che si ritrovava a un passo dal baratro, amputata di alcune delle sue vittorie più belle, scaraventata in serie B, costretta a svendere i suoi gioielli pur di non portare i libri in tribunale. Il miglior gruppo dirigente mai avuto da una squadra di calcio di serie A additato come «una organizzazione a delinquere». Tale la debolezza politica in quel momento della Fiat, e tali le aporie interne alla famiglia Agnelli dove si fronteggiavano senza volersi troppo bene gli “eredi” di Gianni Agnelli e quelli di suo fratello Umberto, che la società decise di non muovere nemmeno un’unghia a difesa dell’onore sportivo di quel gruppo dirigente. Una ripresa tecnica affidata a un nuovo e mediocrissimo gruppo dirigente, di cui saranno scandalosi gli errori di valutazione nello strapagare giocatori rivelatisi mediocri o inadatti al calcio italiano: da Tiago a Felipe Melo, da Diego al Krasic comprato due anni fa. Una squadra delusa e mal congegnata che sprofonda nella mediocrità di due consecutivi e avvilenti settimo posto, sino a riuscire nell’impresa stratosferica di incassare la bellezza di 56 gol in un torneo (la squadra di Conte, imbattuta sino alla penultima giornata, ne ha incassati 19).
La squadra migliore Ora succede che la squadra bianconera che presenta alla linea di partenza del torneo 2011-2012 è per sette-otto dei suoi undicesimi la stessa la cui mediocrità ci aveva lasciato senza fiato nel torneo precedente. Pirlo e Vucinic e Vidal e Lichsteiner a parte. E senza dire che un sospetto non potevamo non nutrirlo. Se il Milan si tiene un Pato, un Robinho e magari un Alessandro Nesta mal conciato fisicamente, e invece regala (letteralmente regala) Pirlo, un motivo ci deve pur essere. Vi ricordate quando Giampiero Boniperti dava via giocatori famosi (da Capello a Baggio) e si prendeva giocatori reputati scarpe vecchie, gli immensi Benetti e Boninsegna, e con quelli vinceva gli scudetti? Non è che nell’occasione, col prendere un Pirlo in avanti con gli anni e un po’ acciaccato, noi non stavamo facendo la figura degli allocchi che comprano i mobili tarlati dismessi dalle grandi famiglie? E invece è successo che Pirlo abbia fatto tutte le partite dal primo all’ultimo minuto, e che in tutte questa partite s’è confermato il miglior giocatore del mondo nel suo ruolo. Grazie, Milan.
Un allenatore da incorniciare E poi, Antonio Conte. Se c’è un errore che io imputo al trio diabolico Bettega-Giraudo-Moggi è quello di avere tolto a un certo punto la maglia di capitano a Conte per darla ad Alex Del Piero. Non si fa con un uomo come Conte, prodigioso da giocatore di quantità e qualità in mezzo al campo e adesso superprodigioso come allenatore. Se quei sette-otto giocatori che l’anno scorso parevano dei fantasmi alla ricerca di un loro squallido destino sono divenuti dei giganti in campo - da Bonucci a Pepe, da Marchisio a De Ceglie, e lo stesso Chiellini triplicato in qualità -, se la Juve del 2011-2012 ha giocato forse il miglior calcio nella storia recente del football italiano, se quella squadra a parte venti minuti col Napoli e venti minuti nella partita di ritorno col Milan ha giocato per 37 giornate all’attacco, tutto questo è farina del genio calcistico di Conte. Dopo Boniperti e Big Luciano, lui diventa il terzo uomo stemma della storia juventina di quest’ultimo mezzo secolo. La terza stella, per l’appunto, delle tre che vanno cucite sulla maglia bianconera del prossimo torneo.
Ho detto trenta scudetti. Che non è la cifra riportata dagli almanacchi compilati dai burocrati, e copiati da alcuni giornalisti vili. Non voglio assolutamente mancare di riguardo alla Grande Inter, a una delle società che hanno fatto la storia del calcio moderno e che ancora domenica scorsa ha dato prova del suo orgoglio e della sua qualità, e ogni volta io mi levo il cappello quando sento pronunciare la parola “triplete” riferita ai successi dell’Inter di due stagioni fa. Solo che gli scudetti della Juve sono 30, e che quel 14° scudetto che figura nella bacheca interista loro non l’hanno mai visto né da vicino né da lontano. Tanto è vero che i giudici sportivi che lo assegnarono nell’estate del 2006 adesso fingono di non ricordare e quasi se ne vergognano, e non c’è uno di loro che dica: sì, l’ho assegnato io e in piena coscienza perché quei circa 15 punti che separavano l’Inter dalla Juve vittoriosa erano stati tutti conquistati da Moggi a forza di money e girls elargiti a destra e a manca.
Il processo penale Ora di quel money e di quelle girls non esiste la benché minima traccia in nessuno dei processi fatti contro la Juve. Nelle motivazioni del processo penale di Napoli (dove Moggi è stato condannato) c’è il riconoscimento netto che nessun risultato sportivo è stato alterato in quei due campionati. Che i 91 punti vennero conquistati uno a uno da una squadra che aveva Cannavaro, Thuram, Emerson, Nedved, Camoranesi, Ibrahimovic, Del Piero, e vorrei ben vedere che una squadra così non stravincesse. Lasciate perdere il tifo e le ossessioni di ciascuno di noi. Chiedetelo a chi conosce il campo e la lotta sul campo. Chiedetelo a Fabio Capello, a Billy Costacurta, a Claudio Ranieri, chiedetelo guardandoli negli occhi ai giocatori più valorosi e leali dell’Inter se è vero o no quello che disse una volta Camoranesi, che quando affrontavano la Juve erano pallidi dall’ansia già nel sottopassaggio. Trenta sono, non uno di meno. Chiedetelo a Dio, che pure non è bianconero


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